Narrazione e (è) azione nel processo psicoterapeutico

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Nel 1953, il filosofo Wittgenstein scriveva che il linguaggio è strettamente connesso alle azioni e due anni dopo, con la Teoria degli Atti Linguistici, Austin affermava che con un enunciato si compiono delle vere e proprie azioni.

A livello neurofisiologico, il profondo legame tra narrazione e azione è supportato dalla scoperta dei neuroni specchio (Di Pellegrino et al., 1992; Gallese et al., 1996; Rizzolatti et al., 1996).

Come è noto la psicoterapia è una terapia basata sulle parole (Breuer and Freud, 1895/2001). Attraverso il linguaggio si presenta se stessi ed il proprio universo di credenze e significati. I racconti narrano gli eventi di vita quotidiana ed è noto che lo stesso evento può avere infinite narrazioni.

Al di là del contenuto, le narrazioni dei pazienti mostrano spesso una mappa emotiva e cognitiva all’interno della quale il narratore stesso fatica ad assumere nuove prospettive rispetto agli eventi e rispetto a se stesso, e a guardare oltre le coordinate di spazio e tempo a lui familiari ed entro cui è solito muoversi.

Qual è quindi il rapporto tra azione e narrazione in psicoterapia?

Parafrasando Guidano, potremmo rispondere che il rapporto tra azione e narrazione in psicoterapia è lo stesso che esiste tra un regista e gli episodi di un film.

Il terapeuta, nel ruolo di regista, attraverso domande mirate, conduce il paziente a soffermarsi su alcuni frame di cui l’episodio o l’evento narrato è composto, con l’obiettivo di aiutare ad esplorare angoli della propria mappa di significati poco esplorati, di osservare aspetti fino ad ora tralasciati, di collocarsi rispetto alle cose da angolature differenti.

Le azioni terapeutiche quindi, riguardano le categorie di spazio e tempo (entrare ed uscire da una storia, rallentare il ritmo del racconto, muoversi tra il passato e il presente e il futuro) e hanno come obiettivo quello di stimolare capacità cognitive, come assumere il punto di vista dell’altro o imparare ad immaginare se stesso in posizioni diverse dalla quella maggiormente familiare.

La peculiarità delle azioni terapeutiche è che non sono fisiche e che non hanno un referente esterno se non in maniera indiretta. Viceversa, sono azioni rivolte all’interno, in cui la sospensione dell’azione su base motoria ha l’intento di stimolare il processo di autoriflessività, necessario al fine di attivare un processo di cambiamento.

Le narrazioni oltre che strumento di conoscenza del Sè diventano così anche un indice sensibile del processo di cambiamento. Le emozioni, che prima connotavano fortemente la narrazione, ora lasciano più spazio ai pensieri o, viceversa, racconti quasi privi di aspetti emotivi piano piano diventano più “caldi” e sensorialmente avvertiti.

La psicoterapia diventa così il luogo in cui il linguaggio si fa azione e, nello stesso momento, strumento per la cura delle narrazioni ovvero strumento di conoscenza delle mappe cognitive ed emotive che contraddistinguono ciascuno di noi.

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